[Scrittobre 2020] DAY 2: Strano castello

#SCRITTOBRE #SCRITTOBRE2020 FABIOSCALINI #DAY2

Forse è il caso di vestirsi di tornare al lavoro. L’idea di rivedere quelle orride facce rugose, scavate dal tempo e dalle troppe espressioni inquisitorie, mi fa salire un certo senso di nausea. Rassegnata, poso la tazza sporca, prendo i miei vestiti e faccio per andarmene. Ad accompagnarmi alla porta il rumore del vento. Mi ricompongo al volo, prendo il cappotto l’ombrello e esco. Rimango per un momento a fissare il quadro appeso davanti alla mia porta d’ingresso, e nel chiudere attentamente l’uscio mi appoggio infine ad essa con la schiena abbandonata. Le mani che stringono il pomello, i miei occhi che non smettono di guardare quell’insolito panorama. Si tratta di una fotografia di Milano, risalente al 2030. Una foto vecchia più di 50 anni. Bizzarro come ai tempi, in una città come quella, già poca era la vegetazione che ricopriva il sostrato urbano. Certo nulla a che vedere con tutta la sinteticità di oggi. Mnemocity in confronto è un enorme pezzo di metallo e cemento, spoglio di ogni colore e calore umano.

Un tuono mi ha dato ragione. Illuminato per un attimo il corridoio, con aspettato ritardo il frastuono si è impresso prima sulle pareti poi sul mio corpo, come una vibrazione. Sento l’odore dei pini. Sento il calore del sole sulla pelle, umettata dell’umidità proveniente dal bosco. Mi guardo intorno e vedo distese immense di prati, di pascoli impalliditi dalla calura estiva. Sento un fruscio di ali, un suono delicato che accompagna il volo di un falco. Mentre accanto a me, una lucertola scappa veloce, impressionata dalle mucche che si muovono lente verso di lei – senza nemmeno averla notata.

Mi sento chiamare. “Vieni, Eloise! Corri!“, ma non faccio in tempo a girarmi che sento la sua mano sulla spalla, forte e fiera, temprata dalla vecchiaia. I polli sono stati sgozzati. Si muovono ancora, appesi alla rete verde arrugginita, ma nei loro versi nasce solo un ultimo stramazzo. Il loro umore rosso cade a terra, sopraffatto dalla forza di gravità. E quando se ne è versata anche l’ultima goccia, si inizia a guardare la vita con occhi diversi.

Accanto a noi un gatto nero, malandato ma ancora in grado di procacciarsi il cibo da solo. Anche i topi lo sanno. Ogni tanto qualcuno di loro riusciva ad entrare nelle rovine di mattoni, rattoppate alla bene e meglio con qualche tavola di legno. Sotto l’occhio luminoso e attento del soffitto, si trasformavano in guizzi di ombre cinesi. L’odore muffito di quell’ambiente, gli attrezzi sporchi e logorati dalla terra, i sacchi pieni di grano, di patate, di fave, di nocciole di tutto ciò di cui le ultime stagioni del mondo sapevano sorprenderti: quello era il loro regno, il loro banchetto reale. Il fieno ammassato all’angolo a destra della stanza, sotto una finestra malandata, era invece il mio letto. La matassa di ragnatele mai pulite tesseva gli stracci del mio baldacchino. Il muschio nato sul davanzale era la pianta del fagiolo magico, i versi delle galline erano come canti degli usignoli. Il tavolo da lavoro il mio scrittoio personale, i chiodi variegati nel cassetto le mie monete preziose. L’odore di vino era l’incenso che rallegrava la corte, il trattore fuori uso la mia carrozza da città.

A guardare cosa mi aspetta oggi là fuori, non mi dispiacerebbe tornare ad essere l’ingenua principessa di quello strano castello.

/ VG /

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Lo #SCRITTOBRE è un’iNIZIATIVA di Fabio Scalini.

Licenza Creative Commons | PHOTO BY CALDER MOORE ON BEHANCE | ICON BY FREEPIK ON FLATICON

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