Dis-Adattati: rubrica sull’adattamento e sul doppiaggio

#DIS-ADATTATI #RUBRICA #DOPPIAGGIO #ADATTAMENTO

La traduzione audiovisiva è una delle tante aree specialistiche della traduzione che si ha spesso l’impressione venga data quasi per scontata dai fruitori delle opere in lingua d’arrivo. In essa, tuttavia, confluiscono due processi fondamentali che al giorno d’oggi rendono godibili al pubblico persino i più banali spot televisivi: l’adattamento e il doppiaggio. E proprio in merito a quest’ultimo, a differenza di quei paesi che non ne hanno sviluppato una vera e propria “cultura”, l’Italia si pone invece come una vera e propria eccellenza nel panorama internazionale.

Ciò che tuttavia fa riflettere è in che modo la lingua venga usata per adattare un’opera indirizzata al pubblico nostrano. Da questo punto di vista infatti, i dialetti, gli indicatori e i marcatori regionali compongono uno di quei punti di riflessione che ancora oggi fanno molto ragionare e teorizzare i ricercatori delle scienze traduttive.

ITALIAN IS A LANGUAGE SPOKEN BY DUBBERS”

Quante volte ci siamo mai fermati a pensare, a riflettere, su quanto possa sembrare veramente naturale e autentico il linguaggio che viene usato nei film stranieri – o in qualsiasi altro prodotto multimediale – adattati in italiano? Anzi, mettiamola così: quanto ci suona fin troppo “puro” e “pulito” l’italiano che i doppiatori usano nelle loro interpretazioni? A domande del genere, personalmente, risponderei con una citazione che in questo caso calza senz’altro a pennello. Come è stato infatti analizzato da Caterina D’Amico, in una sua lettura tenutasi presso l’Istituto Italiano di Cultura di Washington DC, “Italian is a language spoken by dubbers”.

L’italiano è dunque la lingua parlata dai doppiatori. Sebbene al giorno d’oggi il dialetto, nelle sue più varie sfumature e intensità, sia molto presente nelle opere multimediali made in Italy – e di questo ringraziamo il Neorealismo, che ha calcato con successo le scene post-fasciste e post-bellum – quando si tratta di doppiaggio la situazione cambia e si complica, poiché nella maggioranza dei casi non v’è traccia di dialetto o cadenza, nelle pellicole. Ma questo non certo per pigrizia da parte di professionisti ed interpreti, naturalmente.

Come spiegano chiaramente Bruti e Vignozzi in “Voices from the Anglo-Saxon World”, la variazione linguistica è notoriamente fonte di difficoltà nella traduzione audiovisiva, e si porta dietro diverse problematiche. Tra queste, spicca la specificità culturale dei dialetti stessi, che rende difficile trovare una soluzione nella lingua di arrivo che risulti equivalente e con le stesse connotazioni di quella di partenza. Per questo motivo, nella maggior parte dei casi l’eventuale applicazione di una variante dialettale viene decisa in base al genere del film che si sta cercando di adattare – comico, drammatico o storico, ad esempio. Non dimentichiamo, in effetti, che accenti e dialetti sono fortemente marcati in Italia, e alcuni di essi (in particolare le varietà del sud) sono addirittura stereotipati. Anche per questo, allora, nella maggior parte delle opere audiovisive adattate viene fatto pronunciare un linguaggio più “puro” e “standard” alle labbra degli attori.

Da un punto di vista teorico, tuttavia, bisogna tenere sempre bene a mente che quando l’opera che stiamo osservando è di buona fattura, anche ogni più piccola sfaccettatura, ogni più sottile intercalare che gli attori sfoggiano sul set, è dovuto a scelte stilistiche specifiche richieste dall’autore o dal regista. Il modo di parlare di una persona, la scelta lessicale, la sua prosodia, la sua intonazione e il suo ritmo, diventano pressoché tanti indizi in grado di farci capire meglio chi è quella persona, che tipo di personalità abbia o che tipo di vissuto possa aver trascorso prima di finire immortalato in quella scena. Esattamente come avviene per qualsiasi persona reale, nella vita reale. Per farsene meglio un’idea, basti pensare alla rilevanza che elementi come questi trovano nel campo applicato della linguistica forense.

I DIALETTI POSSONO CAMBIARE L’INTERPRETAZIONE DI UN’OPERA

Nella linguistica, in effetti, ogni elemento di idioletto diventa di primaria importanza, ma tale considerazione non avviene nel doppiaggio. Quando si lavora sulla traduzione di opere audiovisive non sempre si sceglie di adattare tenendo conto di queste sottigliezze, per una serie di ragioni che abbiamo improntato brevemente, e in maniera riduttiva, poco sopra. Tagliare via questi elementi, però, significa anche tagliare una parte della personalità dei personaggi, così come anche una parte dell’interpretazione (e dell’intenzione) dell’opera. Significa non farsi l’idea giusta della persona che sta parlando, e a conti fatti pure di quella della pellicola o di qualsiasi altra opera in questione.

Ben lungi dal bandire doppiaggi e adattamenti – dato anche e soprattutto il livello qualitativo indiscusso del settore italiano – non è un caso però che si consigli spesso, a chi può permetterselo, di godere dei media in lingua originale. Non per vantarsene, non per il gusto di ascoltare la voce originale degli attori, e nemmeno perché l’adattamento sia un lavoro completamente da buttare. Per il semplice fatto che, chi è in grado di apprezzare realmente le sfumature del linguaggio in lingua originale, potrà avvicinarsi di più all’originale interpretazione (culturale e non solo) dell’opera, sia essa di carta o multimediale. Quella che viene offerta ai fruitori nativi del prodotto, quella composta dalla lingua con cui pensa la mente del suo creatore.

Questo dunque è il caso degli accenti e dei dialetti: varianti che negli adattamenti si perdono purtroppo e per forza di cose, ma che se mantenute offrono al pubblico un ventaglio di informazioni non indifferenti sui personaggi e sul prodotto nella sua interezza. Per questo vorrei lanciare la rubrica Dis-Adattati. Non perché abbia intenzione di criticare negativamente il lavoro fatto dai professionisti del settore – il nome che ho scelto non deve trarre in inganno da questo punto di vista. Quanto per il gusto di analizzare, di confrontare, e di riflettere sulle differenze tra opera originale e prodotto tradotto: sul come (e magari sul perché) alcuni elementi in italiano siano stati resi in modo diverso rispetto a quelli della controparte originale inglese. E per rendersi conto, infine, di quanto sia tremendamente difficile rimanere fedeli nel dire quasi la stessa cosa.

/ VG /

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